Nora Carella - Gli anni recenti

 


Paolo Marini

 

 



1 – Paesaggi



L'impegno è delicato: modellare un lume atmosferico, interiore e pittorico a un tempo. Cose viste attraverso gli occhi, l'emozione e l'esempio dei Maestri: il 'terzo occhio' di Nora Carella presiede a fondere le sollecitazioni in un repertorio formale di inesauribile originalità. Nei suoi paesaggi si compongono allora la trama ottica del vero, la sua trasfigurazione sentimentale e la mediazione attraverso la quale l'elemento di natura (acqua, vento, aria, riflesso) si è fatto archetipo universale della cultura e della coscienza visiva. Ecco che, ad esempio, un'inquadratura veneziana del Canal Grande con la cupola della Salute sullo sfondo, dove alita tutto lo struggimento di un Romanticismo vissuto come eterna categoria dello spirito, riassorbe le suggestioni 'storiche' delle vampe turneriane più brucianti e visionarie accordandole ai palpitanti ideogrammi della prima "Impressione" di Monet entro una tensione lirica del cui segreto d'intimità l'autrice è esclusiva depositaria. Non diversamente, una grande "Venezia settecentesca" converte il rondò capriccioso della gestualità di un Guardi in un modernissimo madrigale intriso di un onirismo perlaceo, stilizzato, guizzante di sospiri e rimembranze ermetiche. Come non si escludono casi ove l'interiorizzazione del motivo paesaggistico si sublima nell'allusività quasi astratta di campiture e colature ormai remote dalla loro fonte e impegnate a intessere il 'fondo' musicale, svaporante, di una melodia le cui note giungano riverberate e impalpabili. Il conforto della visione antica si rende traslucido a un aggiornamento poetico in cui pare di afferrare il fluido di tutte le emancipazioni e i segnali d'allarme osati dalle avanguardie da oltre un secolo in questa parte. Così, l'artista dà vita a una congerie di soluzioni pittoriche dove il ricordo dei luoghi e dei loro umori meteorologici suscitano di volta in volta l'ascesi adamantina di una stenografia orientaleggiante (i litorali olandesi essenzializzati con un trattamento spaziale quasi giapponese), la patina d'una temperatura che tutto scompone e tutto raddensa in placide raffiche di materia dorata (plaghe nordafricane – la Tunisia – sulle quali ella ritrova le più sontuose eredità del cromatismo 'mediterraneo' degli Impressionisti viaggiatori e dei loro precursori, da Renoir a Delacroix), l'apparente paradosso di un tassellato equoreo che esalta la tavolozza in un saldarsi di strati e stati atmosferici come nella sublime lezione provenzale dell'ultimo Cézanne, che sembra rivivere in alcune emozionanti tempestosità lagunari (sia venete sia gradesi); il tutto passato al filtro di una vitalità espressiva che non conosce cedimenti.
 

 


2 – Nature morte
 


Nelle celebrate "Trasparenze" Nora Carella tocca il vertice del suo magistero. Le risorse pittoriche allestiscono un'autentica avventura polifonica (nella quale non manca neppure il coraggio della dissonanza) di iridescenze, rifrazioni, barbagli, ispessimenti e illimpidimenti, modulazioni mercuriali di tono e di tocco; tinte ora diafane ora temporalesche si affoltano in impasti pronti a dissolversi nell'effusione incorporea o nello sdrucciolo diluvio della sgocciolatura; griglie smerigliate schermano e riflettono le teorie dei cristalli; cocci di colore puro si approssimano alla disintegrazione senza però abbandonare l'infrangibile volontà del costrutto armonico, quasi rimpianto tutelare di contro la tentazione dello sfacelo. Difficile concepire 'nature morte' meno inerti di queste, trascorse da fremiti e accensioni, tutte vibranti di liberatorio furore luministico, trasfigurate dalle più ardite alchimie del 'corpo' e dello 'spettro' cromatico. Clamorose accensioni di blu e di rosso stingono nei cangianti, porzioni di tela vergine sgusciano tra stesure improvvisamente liquefatte, folate di pennellessa minacciano la percettibilità volumetrica dei vetri salvo poi placare di colpo la frenesia per farsi quasi riassorbire nella grana del supporto. In queste composizioni "scorre e si agita la vita senza posa", per citare Baudelaire; e se nel linguaggio della pittura periodicizzata, ammansita al gergo delle dispute professorali, sarebbe possibile parlare di una strutturalità 'orfista' - o postcubista che dir si voglia – intaccata dai demoni della deformazione espressionista o del disfacimento informel, alla fine l'incanto di quei bagliori che trafiggono il tumulto o l'opacità della materia (ottenuti con tocchi di bianco puro applicati direttamente con le dita), offre allo spettatore una consegna spirituale più alta nella sua valenza metaforica: la luce che trionfa in un canto inestinguibile di gioia e purezza.

 

 

 

Paolo Marini

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