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Pietro Liberi (Padova 1605 – Venezia 1687)

  

 

La sua vita fu segnata da un lungo peregrinare condito da avventure di sapore  romanzesco. Nato a Padova nel 1605, dopo una prima formazione presso il Padovanino partì nel 1628 alla volta di Costantinopoli, “allettato dalla curiosità di vedere quei paesi” (G. Gualdo Priorato, Vita del Cavaliere Pietro Liberi scritta lui vivente dal conte Galeazzo Gualdo Priorato vicentino l’anno MDCLXIV, Vicenza 1818). In Asia minore, “non potendo frenare l’ardentissimo suo spirito desideroso sempre di novità, dopo aver imparato la lingua turchesca, la greca, la francese, e la spagnuola (la quale egli favella quanto la naturale), e la latina fece diversi viaggi”. In uno di questi, diretto verso Gerusalemme, “fu trattenuto prigione dall’Emir Fachirlin senza saperne la causa; ma dopo quattordici giorni fu liberato vietandosegli però di passare più oltre” seppe in seguito che “il motivo della sua prigionia venne dall’essersi insospettito l’Emir ch’egli fosse una spia de’ cristiani” (Priorato 1664).

Salpato da Costantinopoli nel 1632 su una nave greca, fu fatto schiavo da “due vascelli di Barberia”, condotto a Tunisi, vi rimase alla catena per otto mesi. Riuscito a fuggire, assieme ad altri cinque cristiani “sopra una piccola e mal assettata barchetta con evidente pericolo di annegarsi” vennero tratti in salvo da un vascello maltese, il cui Capitano decise subito di saccheggiare “una grossa nave di Tripoli di Barberia assai ricca, e nell’abbordarla lo stesso Liberi fece sì grande strage di quegl’infedeli, e si portò tanto valorosamente, rimasto ferito in una mano, che il Capitano lo regalò di diverse cose di valore, e lo pregò voler essere suo camerata almeno per quella stagione con offerte larghissime; ma il Liberi, che ad altro non aspirava che alla sua diletta pittura, ringraziandolo ricusò ogni partito per vantaggioso che fosse; e condotta la presa a Malta, il Liberi si licenziò, e fece ritorno in Italia nel 1633” (Gualdo Priorato 1664). Sbarcato in Sicilia vi soggiornò qualche tempo. Proseguì poi per Napoli, Livorno e Pisa dove riprese a dipingere. Tra il 1633 e il 1636 seguì il cavaliere Antonio Manfredini in alcune spedizioni contro i Turchi sotto lo stendardo del Granduca di Toscana. Nonostante gli eventi bellici, egli continuò a dipingere, nondimeno diversi furono gli episodi ove il pittore, messo da parte il pennello, indossò l’abito del condottiero guidando le truppe alla vittoria sul nemico. Il 19 aprile 1636 nell’Arcipelago alla bocca del porto di San Giovanni di Palma, “combatté dall’alba sino alle 12 ore con 17 galere turche, due delle quali investirono la sua parte del porto [Liberi comandava una nave ammiraglia al servizio di Manfredini] e cogli speroni la passarono quasi da parte a parte; due altre gli traversarono la prora; e altre due fecero il simile alla poppa, e queste facevano scala a tutte le altre. I turchi già erano saliti sulla nave, e già avevano presa la coperta della poppa fino all’albero maestrale. Il Liberi vedendo quell’imminente pericolo corse a quella volta con un’arma di asta in mano; seguitato da alcuni altri de’ suoi, entrò fra i nemici con tanto furore, che quanti non restarono sacrificati all’armi de’cristiani furono costretti a saltare in acqua, e così il Liberi salvò la sua nave” (Priorato 1664). Ucciso, di lì a poco, Manfredini “da’ nemici”, il pittore ritornò a Livorno. Nel 1637 partì per Lisbona passando per Genova e la costa francese, soggiornò anche Madrid e successivamente si trasferì a Barcellona. Da qui ritornò in Francia, a Marsiglia, e di nuovo a Livorno. Nel 1638 lo sappiamo in viaggio per Roma mentre l’anno successivo è documentato prima a Siena e poi a Firenze, dove dipinge l’affresco con la Gloria di Casa Medici nell’Oratorio dei Vanchetoni. Bisogna attendere il 1643 per rivederlo a Venezia dove, inizialmente, viene menzionato come imitatore di Guido Reni. Tra le lagune soggiornò fino alla morte, salvo un viaggio a Vienna, dove Leopoldo I lo creò conte palatino dell’Impero (1658), ed una breve tournè in Germania, Boemia e Ungheria, dopo la quale il rientro a Venezia avvenne “con pomposa, e con grossa comitiva”, pieno di premi e onori, “de colane, de zogie, e de tesori, / Con infinite, e rare squisitezze” (Boschini 1660). 

Uomo di varia e ampia cultura, lo testimonia l’elenco dei libri che formavano la sua biblioteca, visse un’esistenza audace e fastosa. Boschini lo definiva un “toco d’oro” continuando: “L’è de bela presencia, e l’è garbato, / L’è ‘l decoro de l’Arte in tuti i conti: / Tuti ghe resta servitori pronti:/ L’è tuto cortesia, tuto bon trato. / E se la calamita el fero tira, / Questa è la calamita de i cechini”. A testimonianza dell’elevata posizione economica e sociale raggiunta a Venezia, l’artista si fece costruire tra il 1671 e il 1673 dall’amico Sebastiano Mazzoni un palazzo sul Canal Grande (palazzo Moro-Lin). Venne anche insignito dal doge Molin del titolo di cavaliere di San Marco. La sua influenza valse inoltre a promuovere il Collegio dei pittori veneziani, separato dalla Fraglia dove trovavano sistemazione anche semplici artigiani quali ad esempio i doratori, e del quale fu  nominato nel 1682 primo priore. Pietro Liberi si spense a Venezia il 18 dicembre 1687.

 

Daniele D'Anza

 

 

maggio 2005