Giovanni Giulio Maria Depetris (Torino, 1890 – Brescia, 1940)

 

Flavio Bonardo


 

 

Giovanni Depetris - Autoritratto al cavalletto. Torino, coll. eredi

 

 

Ralph Valdo Emerson (saggista, poeta e filosofo americano dell’ottocento) nel suo decalogo tra l’altro scrisse: “Credo nell’opinione pubblica, nel libero scambio; credo che l’anima abbia creato il corpo; credo che il destino sia sempre perfetto”. Quest’ultimo suo “credo” non si adatta al nostro artista, in quanto il destino gli fu oltremodo ingrato tanto da condurlo a trascorrere gli ultimi tredici anni della sua breve esistenza vegetando e vietandogli così di continuare a esternare le sue belle qualità pittoriche riconosciutegli dai critici e dagli estimatori. Giovanni Giulio Maria Depetris (così fu iscritto nei registri comunali) nacque a Torino il 28 luglio 1890 da Mossetti Maggiorina e da Bartolomeo. Dopo aver frequentato le Scuole Tecniche s’iscrisse ai corsi dell’Accademia Albertina sotto l’egida di Giacomo Grosso il quale, intuendo le capacità insite nel giovane allievo, non gli fu avaro di stima e incoraggiamenti. Altri insegnanti di spicco dai quali trasse preziosi consigli, furono: Paolo Gaidano che nel 1890 era stato nominato aggiunto di disegno e figura e poi Cesare Ferro che tornato dal suo viaggio in Siam il primo aprile del 1910  era stato nominato professore aggiunto al corso di pittura. Il suo esordio espositivo era avvenuto nel 1912 alla Promotrice torinese con il dipinto: -Ora mesta- e nove–Impressioni- e le sue opere figurarono ancora nel 1913 con –La poesia della quiete- Altruismo- e otto-impressioni d’interni-.

 

 

 

 

Giovanni Depetris - Les Jorasses, 1913. Bra, collezione privata

 

 

Nel 1914 fece il suo ingresso anche al Circolo degli Artisti di Torino dove espose –Sulle Alpi-. In quei primi anni di attività, per arrotondare i suoi guadagni, si occupò anche di grafica illustrando giornali e riviste. Negli anni che precedettero la prima guerra mondiale, la sua pittura pur risentendo ancora l’influsso dei suoi maestri, si andò pian piano evolvendo sino a giungere alla soglia degli anni venti, a pennellate lunghe e ricurve grondanti di colore; forse più vicino a Alessandro Lupo che non a Andrea Tavernier o Lidio Ajmone.  La guerra lo condusse al fronte ma il desiderio di confrontarsi con i colleghi più anziani, fece si che anche in quegli anni difficili, trovò sempre modo di inviare sue opere alle annuali rassegne del Circolo degli Artisti. Nel 1919 a guerra conclusa, affascinato dal talento del veronese: Angelo Dall’Oca Bianca si recò in quella città per incontrare l’artista che, nel 1915 aveva saputo contestare la direzione della  Biennale di Venezia (alla quale dopo aver aderito aveva rifiutato di parteciparvi). A Verona tra l’altro, dipinse il Municipio, l’Arena, la Piazza delle Erbe e quel soggetto tanto caro al Dall’Oca che erano e sono le case lungo l’Adige e che lui chiamava: Verona vecchia. Marziano Bernardi in proposito scrisse: “…Frequentò il Dall’Oca Bianca senza lasciarsene troppo influenzare e probabilmente gli giovò. Il fatto è che soprattutto da allora la tavolozza del Depetris si schiarisce, la sua pittura si fa agile, personale, come si vede in certi studi di Venezia, in alcune vedute del Garda e in altri motivi veronesi”. Il 6 settembre del 1920 all’età di trent’anni, condusse all’altare la canalese (Canale d’Alba) Severina Cristina Omedei (come iscritta nei registri comunali ma, la sposa all’atto di firma scrisse Omedej Cristina) che, negli anni successivi darà alla luce dapprima Giorgio poi Gabriella. Canale diventerà da quel momento una delle sue “palestre” preferite: ne ritrarrà il borgo, i suoi dintorni, le colline del Roero nelle varie stagioni, i ludi paesani, le sacre processioni.

 

 

 

Giovanni Depetris - Colline del Roero, 1923. Già mercato antiquario

 

 

 

Dal balcone di casa dei suoceri affacciantesi sulla piazza principale, riporterà sulle tele le partite a pallone elastico alla lunga o alla pantalera, con i paesani vocianti a sostenere l’una o l’altra squadra. Inquadrerà gli sposi all’uscita dalla chiesa tra gli applausi e gli auguri di parenti e amici. Fermerà come istantanee, le solenni processioni, in particolare la più sentita: quella del Corpus Domini con davanti i bambini che si sono accostati per la prima volta all’Eucarestia e quelli che si sono confermati nella fede con la Cresima e dietro loro le Figlie di Maria con le bianche vesti e lunghi veli azzurri e ancora le Umiliate tutte in giallo e poi i Battuti Bianchi e Neri con i loro ceri e dietro il baldacchino sostenuto da sei chierichetti sotto il quale, il prete con le mani guantate sostenenti l’Ostensorio mostra, alle persone assiepate lungo il tragitto il Corpus Cristi e infine per ultimi, la grande massa dei fedeli cantanti e oranti. Tutte opere che, troveranno nei brevi anni successivi, la via della Biennale veneziana a confermare il valore dei suoi lavori.

Circa i suoi soggiorni a Canale d’Alba l’avvocato Giulio Cesare Tonolli (amatore d’arte e amico dell’artista) lo definì: “Un buon campagnolo che adorava la vigna odorosa di solfato e che tra i colli di Alba e di Asti compiva con inesausta sete di ricercatore il proprio pellegrinaggio di esteta nelle diuturna e tranquilla visione di linee ondeggianti, luminose di gialli e di verdi”.

 

 

Giovanni Depetris - Paesaggio innevato, 1923. Già mercato antiquario

 

 

Nel maggio del 1922 si tenne a Torino l’Esposizione Nazionale di Arti Figurative. Giovanni Depetris fu presente con tre opere: -Primavera nelle Alpi- Un tramonto d’autunno a Canale d’Alba- Processione- Alfredo Vinardi recensendo la stessa su Emporium di quel mese, scrisse: “Nella quiete verdazzurra del nostro poetico Valentino l’Esposizione è visitata ogni giorno da molte persone, e non soltanto torinesi (…) Tra i paesisti piemontesi, noi preferiamo quelli che, come il Rho, il Manzone, il Valinotti, dimostrano di sentire veramente l’amore del territorio, e però non vogliamo tacere in questa rapida rassegna, i nomi degli artisti paesisti già favorevolmente noti quali il Carutti, il Lupo, il Pistarino, il Falchetti, il Deabate, il Depetris, il Boetto, il Vercelli, il Rovero, il Montezemolo”. In seguito poi annota: “Ma in genere la pittura di paesaggio va perdendo la sua nativa sincerità; spesso l’artifizio si sostituisce all’arte, la ricerca stilistica alla schiettezza d’ispirazione”. Rivolge poi un accorato appello a tutti i pittori del suo Piemonte: “Parlo ai pittori piemontesi, ed invoco, per ciò che si riferisce alla buona e sana pittura di paesaggio, il ritorno alla semplicità schietta e serena di un Avondo e di un Delleani”. Sempre in quell’anno una sua opera –La partita al pallone elastico- una tela di cm. 86x69 gli fu accettata alla XIII Biennale d’Arte di Venezia. Nel 1923 fu inaugurata a Torino la “Quadriennale di Arti Figurative” e Giovanni presentò in quell’occasione due tele: -Ombre e nubi- “dipinto che rivela la sua forza espressiva” (A. Mistrangelo) e –Lo sposalizio- quest’ultimo nel 1926 sarà esposto alla 15° Biennale di Venezia.

 

 

Giovanni Depetris - Lo sposalizio - Biennale di Venezia 1926. Già mercato antiquario

 

 

 

Ernesto Quadrone sulla Gazzetta del Popolo del 14 aprile scrisse: “Depetris ha due paesaggi luminosi, come sempre ricchi di movimento. Le difficoltà tecniche che il pittore cerca sono superate da Lui con simpatica e coraggiosa bravura. Nei suoi quadri circola un’aria vivificatrice che rende gli ambienti trasparenti e festosi”. Dopo la Quadriennale, anche l’Associazione Amici dell’Arte allestì la sua Mostra e a Depetris (ormai artista affermato) gli furono accettate 14 opere. Sempre nello stesso anno con –Sera nel canalese- partecipò  alla seconda Biennale Romana. Circa questo dipinto, mi piace citare un aneddoto riportato da Marziano Bernardi e narratogli dalla vedova dell’artista: “Depetris aveva appena finito di dipingere il quadro –Sera nel canalese- che sarebbe poi stato esposto alla Seconda Biennale Romana del 1923. Un terreno ondulato da basse colline arate di fresco, attraversato da una strada in lieve declivio, un motivo che si giustifica per il senso di vespertino silenzio, di alta pace campestre che il pittore, con una tonalità bassa di bruni, di grigi, di violacei, con una costruzione fitta di compatte masse terrose seppe imprimergli. Sulla strada era dipinto un carro trainato da una coppia di buoi. Capitò nello studio un grosso mercante o sensale che fosse, probabilmente di quei luoghi; e si entusiasmò del quadro proprio per quei bovi che parevano veri. Se ne andò e non aveva ancora finito di scendere le scale che Depetris corso alla tavolozza e ai pennelli, aveva cancellato quel particolare lasciando la strada assolutamente deserta, terrorizzato dalla lode d’un simile personaggio”. Nel 1924 il governo italiano per mostrare i valori dell’industria e dell’arte italiana, organizzò una crociera nell’America Latina. Per l’occasione fu approntata la nave Italia con una esposizione navigante di: Agricoltura, Industria, Commercio, Arte, Cultura, Lavoro. Il redattore dell'epoca scrisse: “Solcherà il mare carica di documenti umani e, più ancora di affetti e di memorie”. I curatori per l’arte (oltre 500 pezzi tra dipinti e sculture) furono Giulio Aristide Sartorio, Leonardo Bistolfi e Felice Casorati che, del nostro artista scelse: -L’ombra sul muro del convento- opera che nell’anno precedente era stata esposta al Circolo degli Artisti di Torino. La nave partì dal porto di La Spezia il 18 febbraio dove vi fece ritorno il 20 settembre dopo quasi 9 mesi, e dopo aver toccato i porti di: Brasile, Argentina, Cile, Perù, Messico, Cuba, Haiti, Colombia e Venezuela.

 

 

 

Giovanni Depetris - Strada di campagna, 1922. Bra, collezione privata

 

 

 

Ma il 1924 lo portò ancora alla Biennale di Venezia dove il suo dipinto –Strada di campagna- (sicuramente dintorni di Canale d’Alba) gli fu accettato. Quasi consapevole di quanto a breve gli avrebbe riservato il destino, la sua attività si fece febbrile. Dopo Venezia fu la Promotrice di Torino a riservagli tre numeri: 66 –Sole d’aprile-, 76 –Altipiano a Canale-, 182 –Una sera d’inverno a Avigliana- mentre a dicembre al Circolo degli Artisti presentò: -L’ombra sul muro del convento- e –Mattino a Grugliasco-.  Nel 1925 si registrò l’ultima sua presenza al Circolo degli Artisti con –Nelle vigne di Canale- e –San Sosteno nel canalese-. Alla Promotrice figurerà anche negli anni successivi ma, come scrisse Marziano Bernardi dopo il 1926 le sue presenze si possono considerare postume anche se l’artista era ancora vivente. Il 1926 lo vide ancora alla Biennale di Venezia dove espose la grande tela (cm. 100x121) -Lo sposalizio- realizzato ancora una volta a Canale d’Alba. Dipinto che avrebbe meritato almeno una breve nota nella recensione di Ugo Nebbia ma, purtroppo in queste grandi rassegne gli artisti sono tantissimi (molti poco meritevoli) e il recensore ha difficoltà a mettere in evidenza coloro i quali rappresentano veramente lo spirito della stessa e con la seguente breve nota, del sunnominato Depetris venne confuso con la grande massa dei pittori partecipanti: “Si respira certo più liberamente e sempre con la buona presenza di pittori degni d’attenzione come il Filippelli, il Lupo, il Vinzio, l’Amato, il Depetris, l’Usellini ecc.”. Qui ebbe termine la sua attività lavorativa poiché la malattia che lo colpì lo rese totalmente inabile. La morte lo colse in una clinica di Brescia il 29 ottobre del 1940  e il suo decesso passò nel più totale silenzio: l’Italia ormai dal 10 giugno era in guerra. Dopo la sua morte, i primi a ricordare il nostro artista furono Angelo Dragone e la moglie Jolanda Dragone Conti che, nel loro volume “I Paesisti Piemontesi dell’Ottocento” edito nel 1947 scrissero: “La visione della natura colpì tanto profondamente l’animo di Giovanni Depetris che, ancora ragazzo sentì la necessità di fermare la sua impressione di fronte a un tramonto estivo. (…) Originalità e vigore si realizzano nella materia ricca di colore e nitida nella pennellata. La sua personalità è tale che pur vivendo nel mondo sentimentale dell’Ottocento trova poi di che avventurarsi sulla via del nuovo secolo al quale giunge, in talune opere, con veri presentimenti. La finezza di certi grigi, quella pennellata incisiva di colore puro: azzurri, gialli, rosa, indicano la sua migliore espressione coloristica”. Nel 1950 la Galleria dei fratelli Fogliato di Torino dedicò al nostro artista la prima postuma. Il recensore della stessa Marziano Bernardi (sempre Lui) scrisse: “Benvenuta dunque questa prima mostra retrospettiva che la Galleria Fogliato (coerente col suo proposito di valorizzare sempre, quando si possa, la pittura piemontese) ha allestito con la cospicua raccolta di un appassionato collezionista, con alcune opere di proprietà della famiglia e di qualche altro privato, perché si possa finalmente, e con chiarezza, vedere chi fu Giovanni Depetris”. La Galleria  Aversa di Torino (fondata nel 1963 da Biagio Aversa) nel 1983 dedicò al nostro artista una postuma; con grande impegno furono reperite ed esposte 39 opere. Angelo Mistrangelo nella sua introduzione al catalogo tra l’altro scrisse: “Nei suoi dipinti di più ampio respiro compositivo, si ravvisa un senso di calma assoluta, di misurata adesione a un mondo semplice, genuino, contadino. Sono momenti di un vivere pacato: la grande piazza di paese e la parrocchiale, le giornate di festa e i racconti di una vita trascorsa lontano dai clamori, i giocatori di bocce o di pallone elastico tra gli sguardi attenti, il vociare dei fanciulli, le donne con scialli e vesti sgargianti: Immagini realizzate con una domestica poesia”. Franco Fabiano titolare della Galleria d’Arte “La Finestrella” di Canelli nelle sue annuali rassegne titolate: “Testimonianze d’Arte” nei limiti del possibile ha sempre cercato di rappresentare il nostro artista, in merito al quale ebbe a scrivere: “Artista straordinariamente sensibile e amante della natura, abbinò sempre alla ricca tavolozza una originale e meditata scelta compositiva del paesaggio, meritando l’apprezzamento della critica e l’ammirazione di molti collezionisti”. Nei “brevi” anni concessigli: dipinse a Canale d’Alba e i colli del Roero, le Langhe, il Canavese, le montagne del suo amato Piemonte, il Canton Ticino, (ricordo un bellissimo dipinto eseguito al colle del Naret) si spinse sul lago di Garda, sostò a Verona e trasse sulla tela gli angoli più suggestivi della sua Torino. Le sue opere sempre ricercate dai collezionisti figurano in collezioni pubbliche e private. La GAM di Torino conserva una grande tela datata 1919 e titolata –Primavera in Piemonte-. Se il destino non fosse stato così cieco e brutale, nello stroncare innanzi tempo il suo ingegno ma, gli avesse concesso come a tanti un cinquantennio d’attività oggi, Giovanni Depetris potrebbe essere annoverato tra i maestri della pittura italiana del primo Novecento.

 


Flavio Bonardo – sabrotu@yahoo.it -

 


Bibliografia:

A. Vinardi – Esposizione Nazionale delle Arti Figurative a Torino – Emporium  n° 329 – Bergamo, maggio 1922;

U. Nebbia – La Quindicesima Biennale di Venezia – Emporium n° 377 – Bergamo, maggio 1926;

E. Quadrone – Esposizione Nazionale delle Arti Figurative a Torino – Gazzetta del Popolo – Torino, 14 aprile 1923;

A. Dragone/J. Dragone Conti – I Paesisti Piemontesi Dell’Ottocento – Ist. Grafico Bertieri – Milano, 1947;

M. Bernardi – Giovanni Depetris (mostra postuma) – Galleria Fogliato – Torino, 1950;

A. Mistrangelo – Giovanni Depetris (mostra postuma) – Galleria Aversa – Torino, 1983;

E. Bellini – Pittori Piemontesi dell’Ottocento e del I° Novecento – Edit. Lib. Piemontese – Torino, 1998;

L. Balice – Servizi Demografici Città di Torino – Torino, 21 settembre 2016;

B. Novo – Servizi Demografici Città di Canale d’Alba – Canale, 28 settembre 2016.