Uno scultore in attesa di giudizio: Tullio Tamaro

 

 

Walter Abrami

 

 

 

 

 

 

Ogniqualvolta ho l’occasione di frequentare gli affollati laboratori dell’Istituto Statale d’Arte Enrico ed Umberto Nordio di Trieste trovo un collega con il quale discutere di qualche nostro illustre predecessore o di un allievo o allieva particolarmente bravi che sono le promesse future. Nel recente mese di febbraio, nel laboratorio di plastica ho incontrato l’amico Antonio Volpicelli, docente di questa materia (da lunghi anni ormai!), nell’ importante struttura. Mi ha fatto vedere un bel bassorilievo  che gli è stato commissionato e da lui eseguito e che rappresenta il volto di una donna.  Tra sgabelli di legno, banconi, calchi di gesso di varie dimensioni, secchi e contenitori vari abbiamo discusso delle difficoltà tecniche  da lui coraggiosamente affrontate  per concludere nel miglior modo possibile l’elegante e pregevole ritratto femminile.

Mentre guardavamo assieme le immagini fotografiche digitali che ripercorrevano passo dopo  passo la realizzazione dell’opera qualche similitudine esecutiva, mi ha fatto ricordare   Tullio Tamaro, scultore triestino, classe 1909, pressoché dimenticato che pure insegnò al Nordio.

Nemmeno il recente catalogo L’Istituto d’Arte  di Trieste 1955-2005. La mano, l’occhio, il progetto gli ha reso giustizia dedicandogli una briciola di spazio meritato. Ma si sa: l’Arte non è democratica, è semmai elitaria e anche la critica lo è diventata nelle scelte.

Nel 1953 gli architetti Aldo Cervi, Vittorio Frandoli, Umberto Nordio, Romano Boico, gli artisti Marcello Mascherini, Augusto Cernigoj, Carlo Sbisà, assieme a Piero Florit e Giulio Sbochelli presero i primi contatti con il Governo Alleato  per far nascere l’Istituto d’Arte. La richiesta era mirata e strettamente legata alla necessità di formare una nuova generazione di artefici, di artisti in grado di progettare soprattutto per le navi e per la città. Tra i tanti  che operarono in tal senso vi fu pure Tamaro che oltre ad essere un valido docente, ebbe pure innato uno spiccato senso monumentale. Egli studiò a Napoli con Francesco Jerace e portò personali esperienze nella città giuliana dominata da Marcello Mascherini. Tamaro fu presente ad importanti mostre nazionali come varie Quadriennali Romane, Trivenete, interprovinciali e sindacali. Alcune sue opere si trovano nella Chiesa di Santa Rita  (statua bronzea) e nella Chiesa della Madonna della Salute (statua marmorea) entrambe a Trieste, a Cima Sappada (Madre e Cristo lavoratore realizzata in pietra carsica) in Croazia (Monumento al partigiano a Zara), nei palazzi delle Assicurazioni Generali di Roma, Livorno e Potenza e in diverse collezioni private. Tamaro fu scultore essenzialmente naturalista e oltre alle numerose figure femminili ci ha lasciato molte sculture che rappresentano animali soprattutto gli amati gatti e cavalli. Chi lo ricorda racconta che egli aveva una particolare ammirazione per lo scultore francese Auguste Rodin (1840-1917) del quale conosceva tutte le opere e alcuni aneddoti della sua vita. Tamaro li raccontava agli allievi durante le ore di laboratorio e si soffermava spesso sul seguente: “ Rodin aveva terminato una serie di sculture: nove donne in pose diverse (come le mie, diceva modestamente Tamaro), appena abbozzate.

– Come le chiamerai? Gli domandò un critico.

 – Non ci ho ancora pensato!

Te lo do io il titolo: Le Nove Muse.

Poco dopo un facoltoso cliente americano acquistò due delle figure: il titolo non poteva più servire per le altre statue.

Rodin domandò un consiglio al critico.

Ma è semplicissimo! – rispose questi. Chiamale: I sette peccati capitali.

Passò un po’ di tempo: un altro collezionista gli acquistò altre due figure.

Sempre su suggerimento del critico, il gruppo che rimase fu battezzato: I cinque sensi.

Un altro ammiratore entrò nel suo studio e vendette un’altra figura.

Rimasero allora Le quattro stagioni.

La quarta figura scomparve e  il critico inesauribile battezzò Le tre grazie.

Infine Rodin rimase con un’unica scultura.

Senza chiedere consiglio la battezzò Solitudine.

Commentando la storiella Tamaro si compiaceva con gli studenti e aggiungeva sarcasticamente: donne ne ho abbozzate tante pure io, qualche peccato capitale se non commesso l’ho pur considerato,  i sensi (rivolto agli studenti) dovete usarli sempre anche voi!

Concludeva: “Le stagioni della mia vita sono sempre state dedicate all’Arte e pochi scultori hanno avuto il coraggio di raggirare Le tre Grazie: io non ho potuto farne a meno.

La Solitudine, infine, appartiene ad ogni vero artista e lo accompagna a lungo nella sua vita”.

Ma – aggiungiamo noi - nella solitudine di Tamaro, come in quella di molti altri artisti c’è sempre una donna ideale, una musa ispiratrice, una modella paziente, una creatura meravigliosa o semplicemente un’ammiratrice disposta a donare all’artefice un po’ del suo tempo per la comune complicità verso la conquista del Bello.

E per Tamaro tutto questo fu Olga la modella prediletta di una vita. Osservando questa donna lo scultore effettuò molti disegni e un discreto numero di sculture che lei  gelosamente conserva.

Probabilmente, quando il gran pubblico potrà ammirarle, si riparlerà di Tullio Tamaro e sarà fatta giustizia.

 

 

 

 

Walter Abrami