IL GIAPPONISMO A TRIESTE:

IL CASO DI ARGIO ORELL

 

Margherita Gamba

 

 

Lottatore di sumō, XIX secolo, aquilone

 

Diversi sono i segnali che ci permettono di riflettere sulla presenza, a Trieste, di un fenomeno culturale tanto moderno, quanto mondano, come il Giapponismo.

L’intensificarsi del collezionismo esotico tra l’élite aristocratica e borghese triestina, l’attività del Gabinetto Cinese Wünsch (originale emporio che raccoglieva e metteva a disposizione del pubblico, numerosi oggetti provenienti dall'Estremo Oriente) ma soprattutto, l’allestimento di ben due mostre d’arte orientale nella sala dell’Esposizione Permanente del Circolo Artistico Triestino (una curata da Carlo Wostry nel 1908 e l’altra da Argio Orell nel 1912), sono alcuni degli avvenimenti che ci permettono di capire in che modo si manifestarono, in città, questi fermenti.

Nel tentativo di chiarire quali possono essere stati, i reali stimoli visivi che i pittori triestini colsero dall’arte giapponese, è necessario comprendere quale fosse il livello di diffusione di questo fenomeno a Trieste e, soprattutto, quali fossero le cause politico-economiche e sociali che lo favorirono.

 

Utagawa Kunisada, Due donne in un interno, 1845 ca., silografia ōban

 

Tra queste, è importante soffermarsi sull’intensa attività portuale della città, sull’emergente classe borghese e sul suo bisogno di distinguersi all’interno dell’élite economica e sociale della città, ma soprattutto, sulla scena artistica triestina, animata in quegli anni dal Circolo Artistico Triestino, intorno al quale orbitavano personalità alla ricerca di nuovi stimoli, in sintonia con le più moderne rivoluzioni artistico-culturali europee. In questo senso, non va trascurata la marcata tendenza, di questi artisti, di intraprendere viaggi di studio nelle grandi capitali europee per tenersi al passo con le più aggiornate innovazioni artistiche.

Argio Orell è l’artista che meglio di altri si inserisce in questo contesto, fornendoci un esempio significativo di quello che poteva essere il tipico percorso di un artista triestino a cavallo tra '800 e '900.

Orell, infatti, si forma presso la scuola per capi d'arte sotto gli insegnamenti dello Scomparini e, all’età di 18 anni, intraprende un viaggio di studi a Monaco dove frequenta l’Accademia di belle arti alimentandosi degli stimoli secessionisti del maestro Franz Von Stuck e venendo probabilmente in contatto con la moda del giapponismo. Torna a Trieste e, investito dal successo, inizia a lavorare per le grandi aziende litografiche, prima tra tutte la Modiano, rielaborando in maniera personale e creativa gli stimoli con i quali era venuto in contatto.

Risulta di particolare interesse la collaborazione, di questo artista, con le aziende litografiche locali. A cavallo tra XIX e XX secolo, infatti, la crescente attività imprenditoriale della borghesia, determinò profonde trasformazioni economiche all’interno del mercato europeo, che crearono la necessità di ricercare nuovi metodi di propaganda pubblicitaria che permettesseo alle aziende di comunicare in maniera efficace con la massa dei consumatori. Una numerosa schiera di artisti iniziò quindi a dedicarsi all’arte del manifesto pubblicitario illustrato, offrendo il proprio contributo artistico a importanti aziende litografiche.

Ed è proprio sui contributi di Argio Orell all’arte del manifesto che si concentrano le più recenti teorie nell’ambito degli studi su questo artista, nel tentativo di interpretare, in chiave nipponica, la sua attività artistica.

Nel 1902, Orell si cimenta nella sua prima opera grafica, la prima di una lunga serie che lo porta ad affiancarsi ai grandi nomi del cartellonismo italiano, quali Dudovich e Melticovitz, alla prima Mostra del Manifesto Italiano nel 1910, lo stesso anno in cui realizza il manifesto pubblicitario per la Prima Esposizione Provinciale Istriana e in cui inizia a rivelare un certo legame con motivi e soggetti desunti dall'arte giapponese. La sua personalità eccentrica, alla continua ricerca di eleganza e perfezione formale in ogni aspetto della sua esistenza, lo porta infatti ad approcciarsi all'arte secondo una concezione del bello elitaria,  che lo spinge ad adottare soluzioni estetiche originali e ricercate.

In numerose sue opere, Orell ci propone un mondo di immagini che si ricollegano alle stampe giapponesi. Geishe, samurai, ombrelli coloratissimi, e grandi onde sono alcuni dei soggetti che il cartellonista triestino inserisce, tra il 1910 e il 1930 nei suoi stupendi manifesti pubblicitari, nei quali propone, tra l'altro, anche alcune caratteristiche stilistiche tipiche dell'arte giapponese, come la tendenza al decorativismo, l'uso di una linea sepreggiante, il principio diagonale, lo stile a silhouette,  e lo stile a reticolo.

 

Argio Orell, Portorose, 1920, manifesto

 

 

Aratame Iitsu hitsu, La grande onda presso la costa di Kanagawa Hokusai,  1830-1832. Silografia Oban

 

 

 

 

 

 

 

Tra queste opere, il manifesto Portorose del 1920, è quello in cui l’ispirazione nipponica si palesa in maniera più lampante. Si tratta di una vera e propria citazione della Grande Onda a Kanagawa di Hokusai, della quale Orell ci ripropone non solo lo schema ma soprattutto la stessa grande onda spumosa in primo piano che concede alla vista un’apparizione lontana.

 

 

Argio Orell, Sul Mare, 1929, copertina rivista di viaggi

 

Anche le altre opere grafiche di Argio Orell, presentano motivi ricorrenti desunti dall’arte giapponese. Tra queste ricordiamo la copertina che Orell disegna per la rivista “Sul Mare” (rivista di viaggi del Lloyd triestino e della Cosulich) nella quale ci propone, di nuovo, un soggetto tutto nipponico. Si tratta di una pagoda, un tipico edificio giapponese a forma di torre, che emerge con impeto dal mare come spinta dalla forza incontenibile di un’improvvisa esplosione. Le onde che sorreggono la pagoda ci mostrano inoltre come Orell avesse ormai assimilato profondamente la lezione di Hokusai, riuscendo a riproporla, ogni volta, sotto una nuova veste.

 

   

 

Un’altra opera che ci fornisce una prova tangibile dell’accostamento di questo artista al fenomeno Giapponismo è la serie di tarocchi che disegna tra il 1908 e il 1910. Qui infatti, l’artista propone numerosi soggetti tratti dalla tradizione giapponese e in ogni carta del mazzo si avvale di soluzioni formali desunte dall’arte giapponese, come la scelta costante del piano visivo bidimensionale, l’uso di immagini esaltate da un vivido colorismo e la rappresentazione di figure sempre in posa dinamica.

Tra gli Arcani Maggiori, ben 5 rappresentano, sia al dritto che al rovescio, soggetti e motivi  che si riferiscono in maniera esplicita all'arte Giapponese.

Si passa, infatti, da palesi citazioni di quel monte Fuji che Hokusai rappresenta più volte nella sua famosissima serie “36 vedute del monte Fuji”, all’uso di soggetti tipici della tradizione grafica del Sol Levante, come le suonatrici di liuto e i lottatori di sumo.

L’opera fu commissionata nel 1908 dal Lloyd Austriaco di Navigazione, ovvero quella società grazie alla quale Trieste era diventata un importante punto strategico per i lunghi viaggi verso l’Estremo Oriente e grazie alla quale si erano intensificati i contatti con i paesi esotici e soprattutto con il Giappone. La stampa del mazzo, invece, fu affidata alla Modiano, la rinomata azienda cartotecnica triestina che diede la possibilità, a numerosi artisti triestini, di affacciarsi al mondo dell’arte del manifesto e di esprimersi in maniera originale e creativa sulla scia delle più moderne tendenze dell’arte europea  contemporanea.

 

Orell si avvicina all’arte giapponese sia acquistando riviste, cataloghi d'asta e libri sul tema specifico dell'Ukiyo-e, sia concentrandosi sullo studio diretto di queste silografie policrome. Sappiamo che inizia a  collezionare stampe giapponesi sin dagli inizi della sua carriera e si pensa che la sua collezione di Ukiyo-e arrivasse ad assommare quasi mille pezzi. Oggi restano visibili solo alcuni degli esemplari posseduti da Orell, ovvero quelli acquisiti dai Civici Musei di Storia e Arte nel 1927.

Oltre alle stampe policrome della tarda scuola Utagawa, fanno parte del lascito anche una serie di aquiloni decorati con immagini popolari giapponesi. Interessante risulta un’annotazione, scritta di pugno da Orell sul retro di uno di questi aquiloni, che attesta la provenienza di questi  manufatti dal Gabinetto Cinese Wünsch.

 

 

 

Margherita Gamba

 

 

 

 

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