Paolo Marini

 

DE  GUSTAV  DISPUTANDUM  EST

 

 

 

Gustav Klimt, Giuditta I, 1901, olio su tela. Vienna Österreichische Galerie.

 

Fino a poco tempo fa la prestigiosa sede del MART di Rovereto ha ospitato una ricca rassegna incentrata sulla produzione pittorica dell’avanguardia viennese nei primi anni del XX secolo. E naturalmente la parte del leone l’ha fatta la grande Triade del rovello psicosessuale nell’epoca di padre Freud composta da Gustav Klimt, Egon Schiele e Oskar Kokoschka. Premetto subito che continuo a dolermi di come quest’ultimo, povera creatura, venga sempre e inevitabilmente condannato al coinvolgimento in questa autentica associazione a delinquere: ritengo infatti che la sua individualità artistica si stacchi recisamente da quella degli altri due in virtù di un linguaggio ben più efficace ed integro, ma è pur sempre vero che i motivi di fraintendimento sono tutt’altro che assenti, non fosse altro che per ragioni biografiche… La sua vita amorosa presenta infatti aspetti, se possibile, ancora più leggendari rispetto a quella dei pretesi ‘colleghi’. Certo in quest’occasione è stato fatto un’encomiabile sforzo mistificatorio per adattare la sua levatura a uno standard tanto più basso qual è quello rappresentato da Klimt e Schiele, scegliendo una serie di ritratti alquanto bolsi e grevi, inzaccherati nelle tonalità francamente sporche di un espressionismo surriscaldato e già ‘nato stanco’; per fortuna, a esaltare la effettiva differenza, interviene un vero capolavoro come il Tigone, che esprime alla massima potenza il nerbo e la libertà esecutiva del pittore, sbloccate anche dalla scelta del soggetto che di per sé costituisce un parapetto contro la tentazione dell’ ‘analisi psicologica’.

Dunque, se si vogliono assumere proficuamente i toni della condanna, bisogna concentrarsi sugli altri due. Nel gran calderone dell’inquietudine e della psicastenia germogliate in seno all’ Austria felix del primo Novecento, Gustav Klimt costituisce, almeno fino a un certo punto, il momento di più serena eppure più contorta accettazione di quei fermenti che in altri casi potevano stimolare un modus operandi decisamente meno pettinato e vacanziero (persiste infatti in lui la lusinga dell’esotismo inteso come cornice estetizzante per le traduzioni visive di un qualche dramma intimamente vissuto e cullato). Nulla di meglio, a questo proposito, che rivestire di panni pasticciatamente extraeuropei le eroine-icone volte a incarnare il malefico archetipo dell’eterno femminino; e di tale atteggiamento resta esemplare la famigerata Giuditta numero uno (la seconda, non esposta a Rovereto, si trova a Ca’ Pesaro). Trionfante e frontale come una basilissa bizantina, continua impunita a somministrarci il suo orrido ceffo da sberle, così opportunamente e scaltramente ‘nobilitato’ dall’oro di uno sfondo che reimpiega motivi assiri senza capacità d’intendere e volere. Ad amplificare, comunque, il disgusto di un’esercitazione così velleitaria e pacchiana, ci si mette uno smisurato pannello tratto dal Fregio di Beethoven, dove forse il nostro raggiunge lo zenit della sua immedicabile volgarità grafica, tutta presa a far scorrere una linea che fa tanto ‘grazia&leggerezza’ denunciandosi di fatto come l’involuzione più stracca e ipocritamente cautelare di vecchi e risaputi fantasmi Accademici. Con, per soprammercato, l’usuale contorno di ‘aeree’ ornamentazioni e dorature dal sicuro effetto diuretico.

Egon Schiele, in apparenza, si mostra meno disposto a impiegare i suddetti espedienti di appetibilità. Ma, al fondo, pure lui risulta altrettanto assillato dalla ricerca di un’idealizzata grazia nevrotica. La sua specialità è quella di costringere un ductus pittorico legnoso e spasmodico all’interno di un contorno ben definito, in effetti a mezza via tra il perpetrare la tradizione del bel disegno (ancora l’Accademia che non vuole staccarsi dalle suole) e il gettare le basi per una nuova accezione del bello grafico tipo fool is fair & fair is fool, come dicono le streghe di Shakespeare. Ne viene fuori una specie di palpitante obitorio, siglato da una linea che si vorrebbe ‘spirituale’ ma che ottiene invece il solo scopo di risultare nauseabonda per eccesso di malafede e malintesa ‘soavità malata’.

Se è vero, com’è vero, che “l’arte è una menzogna” (per usare le parole di Picasso), bisognerebbe almeno mentire senza esserne consapevoli. Ebbene, la spontaneità è proprio la dote della cui carenza risentono nel modo più grave i nostri Klimt e Schiele, che con crescente successo, ahinoi, continuano a gabellare per arte elevata i loro svenevoli birignao.  Sono precisamente le due facce di una stessa medaglia: due atteggiamenti ipocriti - e in uguale vastità -  nei confronti dell’ arte, ancora una volta sprecata a far da servetta per le leziose imperiosità di un tic da esteta maledetto (o supersnob, ma fa lo stesso) della domenica. E, di conseguenza, l’edificio del MART, ammirevole invenzione del genio architettonico di Mario Botta, deve aver vissuto lo sgombero della mostra come una vera, propria e liberatoria evacuazione.

 

 

Paolo Marini